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Ennesima multa a TIM, Fastweb e Wind

In seguito alle segnalazioni effettuate da numerosi utenti, Tim, Fastweb e Wind sono state multate da AGCOM per 2,76 milioni di euro complessivi per non aver rispettato pienamente il diritto di recesso dei clienti. Le tre società hanno illegittimamente addebitato costi aggiuntivi ad alcuni clienti che hanno interrotto i contratti con i gestori prima della scadenza usufruendo del diritto di ripensamento derivante dalle modifiche di alcune offerte di telefonia fissa applicate a partire da luglio dello scorso anno. Il sovrapprezzo è stato applicato, a seconda dei casi, a titolo di costo di disattivazione, di recesso anticipato o ancora di pagamento delle rate residue connesse ai dispositivi, come modem e decoder, forniti congiuntamente all’offerta sottoscritta. Le modifiche tariffarie unilaterali (in particolare il passaggio dalla fatturazione a 4 settimane a quella mensile dopo la nota vicenda delle bollette a 28 giorni) consentono all’utente di usufruire del diritto di recesso gratuito e l’applicazione di costi aggiuntivi, a qualsiasi titolo, è quindi da considerarsi illegittima.

AGCOM aveva già diffidato i tre operatori per questo comportamento ed ora ha emesso le sanzioni proprio a causa dell’inottemperanza alla diffida.

In qualità di Associazione che tutela i diritti degli utenti accogliamo positivamente il provvedimento, che da una parte riconosce un legittimo diritto e dall’altra sanziona l’ennesima condotta scorretta da parte delle compagnie telefoniche, che troppo spesso adottano comportamenti poco trasparenti e irregolari. L’episodio, tra l’altro, dimostra ciò che sosteniamo da tempo in merito al ruolo delle Authority: in questa vicenda, così come in altre questioni analoghe, è evidente l’importanza di un sistema di vigilanza neutrale, in cui le Autorità svolgano con imparzialità il loro ruolo di tutela del mercato all’insegna della trasparenza e in modo forte e indipendente da qualsiasi condizionamento politico.

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Telefonia: i costi di disattivazione non sono dovuti

L’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni, chiamata a definire in seconda istanza una controversia sorta fra una nostra  assistita e la società TeleTu, ha condiviso la tesi che da sempre sosteniamo, ovvero che, dopo l’entrata in vigore della c.d. “legge Bersani”, nessun costo forfettario di disattivazione possa essere addebitato ai clienti che cambiano il proprio gestore telefonico, o decidono di chiudere l’utenza.

La prassi, illegittima, delle compagnie telefoniche, infatti, è di addebitare comunque, nell’ultima fattura, una somma fissa a titolo di “spese di disattivazione” o “spese di cessazione” che viene determinata in maniera arbitraria e forfettaria, senza che l’utente possa conoscere l’entità effettiva delle spese che la compagnia ha sostenuto per chiudere il contratto. Queste somme, dal momento che non sono giustificate nel loro ammontare, non sono dovute e vanno stornate. Nel caso specifico definito dall’AGCOM, queste somme non erano state indicate nel contratto, ma applicate in maniera unilaterale dalla compagnia telefonica TeleTu in data successiva.

Il nostro consiglio è di contestare sempre, in forma scritta, l’applicazione di penali per il recesso dal contratto di telefonia ed eventualmente avviare una procedura di conciliazione, anche con il nostro aiuto, in caso di risposta negativa.

Di seguito il testo del provvedimento dell’AGCOM, ottenuto dai legali di Federconsumatori Bologna Giampiero Falzone e Giuseppe Genna.

Delibera_101_12_CIR

 

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